La Sicilia scancellata



I ritardi troppo frequenti di Alitalia, le difficoltà di Telecom a garantire una copertura della rete internet nelle zone turistiche, il disinteresse ventennale di Anas e le responsabilità del governo nazionale e di quelli regionali. Così, l’Isola è tagliata fuori da tutto.

Martedì 08 Settembre 2015 – di Accursio Sabella

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PALERMO – Volare via, non si può. Girare all’interno, neppure. Comunicare? Solo se si è fortunati. E nel frattempo, già che c’è, Roma si prende i soldi destinati agli aeroporti, alle strade, alla banda ultralarga nelle città siciliane. Cancellate dal disinteresse e dall’incuria. La Sicilia è l’Isola che non c’è.

E basterebbe fare solo un tour, un giro in macchina per le vie della regione. Una corsa ad ostacoli, in realtà. Un lungo tentativo di aggirare trappole, cedimenti, crolli, frane e manti stradali mai ritoccati da decenni. Al di là del pilone dell’Himera che ha tagliato l’Isola in due, la Sicilia è tutta un crollo. Con responsabilità abilmente rimpallate da chi dovrebbe limitarsi a condividerle: lo Stato centrale (cioè l’Anas, in questo caso) e i governi regionali (non solo l’ultimo, ovviamente). Crolla il viadotto Himera, dopo una serie di crolli che hanno avuto un impatto mediatico diverso, come quello “Scorciavacche”, sulla Palermo-Agrigento: un cedimento per il quale la Procura ha anche aperto un’inchiesta che ha coinvolto i dirigenti stessi dell’Anas. Del resto, da venti, ventincinque anni, l’Anas latita in Sicilia. Un’assenza condivisa con gli enti locali, responsabili del disastro delle strade provinciali. Messo nero su bianco, poco mesi fa, nei fogli di una delibera della giunta regionale: in ogni provincia, in ogni angolo dell’Isola, strade chiuse per frane, crolli, mancata manutenzione.

Pazienza, si dirà. Prendi un aereo e voli via, verso la civiltà. Una parola. La cronaca dei tragitti aerei tra l’Isola e le due capitali d’Italia (Roma e Milano), altro non è che il racconto di un continuo ritardo. Di una costante e vana ricerca del tempo perduto (dai passeggeri, ovviamente). Costretti ad alzare spesso bandiera bianca pure di fronte alla compagnia di bandiera. Solo come esempio, quello che è accaduto due giorni fa: il volo Alitalia da Roma a Palermo parte con oltre due ore di ritardo. Il motivo? Pare che il numero di passegggeri previsto non coincidesse con quello reale. E pare che si sia dovuto persino attendere l’arrivo di una hostess, giunta su un volo già in ritardo. Solo l’ultimo caso, dicevamo, di una lunga lista di reclami, lamentele, recriminazioni. Che si fonderebbero anche su una sorta di “pregiudizio” nei confronti dell’Isola che finora sarebbe stato quantomeno sottovalutato dall’Enac, l’ente che ha il compito di verificare la correttezza dei voli. Un pregiudizio legato proprio alla sua arretratezza. La stessa che non permette ai siciliani di contare su una rete ferroviaria che possa portarli velocemente nel resto d’Italia. Così, il sospetto che i ritardi siano legati anche alla necessità di Alitalia di privilegiare i contatti con Milano e Roma. Insomma, se proprio un aereo deve attendere, attenda quello per la Sicilia. I passeggeri, comunque, non avranno scampo: non potranno salire su alcun treno in corsa.

Non restano che le vie “virtuali”. Quelle che non consentono di spostarsi, ma quantomeno di comunicare. E su questo punto, avevamo già raccontato. La “copertura” telefonica in Sicilia è tutt’altro che omogenea. Da Cefalù a Sciacca, fino a Capo d’Orlando, sono diversi i cittadini che segnalano l’impossibilità persino di aprire una mail in diversi punti del litorale. E lo stesso avviene ad esempio a Scopello, all’ombra della tonnara o nelle zone maggiormente battute dai turisti. Identici problemi un po’ più lontano dal mare, come nell’altro splendido borgo di Castelbuono. E se chiedi spiegazioni alla Telecom, il racconto è quello classico del cane che si morde la coda. Nelle zone ad alto impatto tursitico, raccontano, è quasi impossibile piantare un palo, un ripetitore. Vincoli della Soprintendenza si incrociano ai veti dei sindaci, incalzati dai cittadini spaventati dalle eventuali (e tutte da dimostrare) emissioni dei ripetitori stessi. In qualche caso, come le Madonie, lo scacchiere si complica con l’ingresso di un altro “giocatore”: l’ente parco. No, niente pali. Nemmeno nelle zone non a vincolo totale. E quando non basta, c’è la burocrazia regionale a rallentare tutto. Così, la società alza le braccia e rinuncia a un investimento che sarebbe, tutto sommato, redditizio, visto che in molti casi si parla di zone ad alto impatto turistico. Non certo come quelle in cui sorgono i distretti industriali. Fin dall’origine nati nelle aree cosiddette “a fallimento di mercato”. Dove dovrebbe intervenire lo Stato, per ragioni di interesse pubblico, un po’ come avviene per il trasporto in Comuni che non garantirebbero il “ritorno economico” per i privati. Insomma, l’Isola è fatta da tante isole.

Eppure, quei soldi che servirebbero per sistemare alcune di queste situazioni, finiscono per evaporare tra ritardi della Regione e scelte unilaterali dello Stato. È il caso dei cosiddetti Fondi Pac destinati agli enti locali. Il governo Renzi ha deciso di riprendersi indietro quelli non spesi a settembre del 2014. Tra questi fondi lo Stato ha potuto scegliere tra i 45 milioni per completare l’autostrada Siracusa-Gela, 25 milioni per l’ammodernamento della Santo Stefano Camastra-Gela, 30 milioni per i collegamenti con l’aeroporto di Comiso, 58 milioni per sistemare le strade provinciali e secondarie, 7 milioni per migliorare la sicurezza sulle arterie stradali dell’Isola. E in bilico ecco anche i 75 milioni di euro per implementare la Banda ultralarga nelle città siciliane. Un’Isola cancellata dal disinteresse.

Fonte: livesicilia.it

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